Sciopero generale dei sindacati contro la riforma della scuola varata dal governo

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Nel mese di ottobre è stato approvato dal Parlamento, prima dalla Camera e poi dal Senato, il decreto legge di riforma del sistema scolastico nazionale. Il decreto legge è stato presentato dal governo ed è caratterizzato da interventi significativi nella scuola pubblica italiana, in particolare in quella elementare. A tale provvedimento si deve aggiungere la legge, approvata nell’agosto 2008, sulla razionalizzazione della finanza pubblica, tra i cui punti vi è una parte riguardante l’università. La reazione dei sindacati, del corpo docenti, degli studenti e di parte dell’opinione pubblica è stata di rifiuto netto della riforma governativa che nel complesso – secondo i critici – interviene significativamente nelle modalità d’istruzione, oltre ad operare pesanti tagli ai fondi destinati all’università e a limitare in futuro la possibilità di nuove assunzioni. Per queste ragioni i sindacati, a fine ottobre, hanno organizzato una giornata di sciopero generale.

Il Parlamento ha approvato, il 7 ottobre alla Camera e il 29 ottobre al Senato, il Decreto legge n. 137/2008 recante «Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università» che era stato approvato il 28 agosto 2008 dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento è stato presentato dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. I punti principali della riforma sono i seguenti:

  • Introduzione nella scuola primaria (elementare) del maestro unico con un orario settimanale di 24 ore. Il maestro unico sostituirà l’attuale modulo di tre insegnanti che ruotano su due classi.
  • Reintroduzione nella scuola secondaria di primo e secondo grado (medie inferiori e superiori) del voto in condotta, la cui insufficienza comporterà la bocciatura dell’alunno.
  • Adozione nella scuola primaria e secondaria di primo grado del voto in decimi. Qualora l’alunno non raggiunga la sufficienza in una qualsiasi materia, non verrà ammesso alla classe superiore.
  • Predisposizione presso la scuola dell’obbligo (primaria e secondaria) di «classi d’inserimento» riservate agli alunni stranieri che non parlano o parlano poco l’italiano. Tali classi favoriranno l’apprendimento della lingua italiana e saranno propedeutiche all’inserimento nelle classi tradizionali.

A tali interventi si deve aggiungere la Legge n. 133/2008, approvata nell’agosto di quest’anno, che opera una razionalizzazione della spesa pubblica, tra cui anche la spesa destinata all’università: il Fondo di finanziamento ordinario degli atenei universitari verrà ridotto di 1.441 milioni di euro nel prossimo quinquennio (2009-2013). Inoltre, è previsto un rallentamento del turn-over dei professori universitari: nei prossimi tre anni le università potranno assumere un nuovo docente ogni cinque professori pensionati. Da ultimo, si apre la possibilità agli atenei di trasformarsi in fondazioni di diritto privato.

Infine, il Decreto legge n. 154 del 7 ottobre 2008, non ancora approvato dal Parlamento e convertito in legge, prevede la chiusura da parte delle Regioni delle scuole con meno di 50 allievi.

Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha difeso tali interventi “perché la scuola non può continuare a essere utilizzata come ammortizzatore sociale”, auspicando che la riforma possa essere operativa già all’inizio del prossimo anno scolastico.

Infine, il governo ha giustificato l’istituzione di “classi d’inserimento” per “favorire” l’ingresso, piuttosto che “autorizzarlo”, degli alunni stranieri nel sistema scolastico nazionale.

Reazioni

Le linee di riforma varate dal governo hanno suscitato la dura reazione non solo dei sindacati, ma anche del corpo docenti, degli studenti e di parte dell’opinione pubblica.

Secondo il segretario generale della Flc-Cgil, Domenico Pantaleo, se si dovessero attuare i tagli di spesa previsti dal governo, la diminuzione dei posti di lavoro coinvolgerebbe “130.000 persone nei prossimi tre anni”. “Questa riforma – continua Pantaleo – risponde solo ad una logica economicista. Si tratta solo di tagliare fondi e posti di lavoro. Non c’è altra base ideologica o intento riformatore, ma solo un attacco frontale alla scuola pubblica e in un paese come l’Italia che spende per l’istruzione meno della media degli altri paesi europei come dimostra l’ultimo rapporto Ocse”.

Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, lamenta il metodo autoritario deciso dal governo che non ha ricercato nessun confronto con le organizzazioni sindacali e nessun dibattito parlamentare: “Porre il voto di fiducia al decreto legge su un tema delicatissimo come la scuola è una scelta grave e sbagliata”.

Inoltre, la maggioranza delle Regioni si sono dichiarate contrarie alla chiusura delle scuole con meno di 50 alunni, in quanto per legge l’organizzazione scolastica, compresa l’edilizia, è di competenza degli enti locali e non del governo centrale.

Lo sciopero generale

Per tali motivi i 5 sindacati maggiormente rappresentativi nella scuola pubblica, ovvero Flc-Cgil, Cisl-Scuola, Uil-Scuola, Snals-Confsal e Gilda, hanno organizzato nella giornata del 30 ottobre uno sciopero generale dell’intero settore. Secondo gli organizzatori, hanno aderito allo sciopero l’80% degli addetti e il 90% delle scuole. Alla manifestazione di Roma gli stessi sindacati hanno dichiarato una partecipazione di un milione di persone.

Per quanto riguarda, invece, i tagli di spesa nell’università, Cgil, Cisl e Uil hanno indetto uno sciopero generale per la giornata del 14 novembre.

Commento

Gli interventi legislativi nell’istruzione pubblica e nell’università comporteranno la riduzione dei servizi agli studenti e delle infrastrutture, con conseguente abbassamento della qualità dell’insegnamento.

Per quanto riguarda l’università, particolarmente grave risulta la possibilità per gli atenei pubblici di trasformarsi in fondazioni di diritto privato, con un prevedibile aumento delle tasse d’iscrizione e la limitazione del diritto allo studio per gli studenti meritevoli, ma in condizioni economiche disagiate.

Livio Muratore, Fondazione Regionale Pietro Seveso

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